
Il 5 ottobre 2026 l'Istat ha pubblicato i conti trimestrali dei settori istituzionali, e per le imprese il segnale è chiaro: nel secondo trimestre 2026 la quota di profitto delle società non finanziarie è scesa al 42,1%. Nei dati destagionalizzati è 0,2 punti percentuali sotto il primo trimestre e 1,3 punti sotto lo stesso periodo del 2025, e arriva dopo un primo trimestre già in calo.
La quota di profitto rapporta il risultato lordo di gestione al valore aggiunto a prezzi base: 42,1 euro ogni 100, contro 43,4 nel secondo trimestre 2025. Non misura l'utile netto né il margine sul fatturato. Il risultato lordo di gestione è sceso anche in valore, dello 0,3% sul trimestre precedente.
Facciamo un esempio, in forma semplificata. Un'azienda vende per 1.000.000 di euro e spende 600.000 euro in materiali, energia e servizi acquistati da fuori: il valore aggiunto, cioè la ricchezza che produce davvero con il proprio lavoro, è di 400.000 euro. Da quel valore paga il personale, 231.600 euro, e le restano 168.400 euro di risultato lordo di gestione: il 42,1% del valore aggiunto, appunto 42,1 euro ogni 100. Con la quota di un anno prima, il 43,4%, sugli stessi 400.000 euro ne sarebbero rimasti 173.600: quei 1,3 punti valgono 5.200 euro. E con il risultato lordo di gestione l'azienda deve ancora coprire ammortamenti, interessi e imposte, prima di arrivare all'utile.
L'Istat aveva acceso la spia già a luglio. Nella nota sull'andamento dell'economia italiana del 10 luglio ha descritto, all'inizio del 2026, una riduzione dei margini diffusa a tutti i settori, più forte in agricoltura e nella manifattura, causata da costi variabili unitari cresciuti più dei prezzi di vendita. Nella manifattura, nel primo trimestre, i costi variabili unitari sono saliti dell'1,9% rispetto al trimestre precedente, i prezzi di vendita solo dell'1,2%.
Due segnali da considerare riguardano energia e lavoro, su periodi diversi. Ad agosto 2026, secondo l'Istat, i prezzi alla produzione dell'industria sono cresciuti del 10,9% in un anno. Sul mercato interno l'aumento è del 13,5%, che scende al 3,3% escludendo l'energia; per la fornitura di elettricità e gas raggiunge il 26,3%. Sono prezzi alla produzione, non aumenti identici delle bollette di ogni impresa.
Sul lavoro, la nota Istat di luglio rileva che fra il primo trimestre 2019 e il primo trimestre 2026 il costo del lavoro per unità di prodotto è salito del 12,9%, soprattutto per l'aumento delle retribuzioni dalla metà del 2022, con una produttività rimasta sostanzialmente stabile.
Questi dati descrivono aggregati nazionali, non la situazione di ogni PMI. Nella tua azienda la stessa dinamica può pesare di più, e può restare invisibile finché guardi soltanto il fatturato.
Prendi un esempio ipotetico e semplificato: un'impresa metalmeccanica con 4 milioni di ricavi e 2,8 milioni di costi variabili, fra materiali, energia e lavorazioni esterne. Il margine di contribuzione vale 1,2 milioni, prima dei costi fissi. A parità di volumi e composizione delle vendite, se i costi variabili aumentano del 5% e i prezzi medi di vendita del 2% sull'intero periodo considerato, i ricavi crescono di 80.000 euro e i costi di 140.000: il margine scende di 60.000 euro, il 5% in meno, con il fatturato in crescita.
Nella realtà una perdita di margine come quella dell'esempio può distribuirsi in modo disomogeneo. Possono esserci prodotti che assorbono più energia, clienti con prezzi bloccati da contratti annuali, commesse chiuse a preventivo mesi fa. Nell'esempio il calo complessivo è del 5%, ma su alcune righe il margine può essere già sparito, e senza un calcolo per prodotto, cliente e commessa non sai su quali.
Negli ultimi anni molte PMI hanno difeso i margini lavorando sull'efficienza. Secondo l'analisi pubblicata da Cerved il 2 ottobre 2026, fra il 2019 e il 2025 l'EBITDA mediano, misurato al netto dell'inflazione, è cresciuto del 20% nelle piccole imprese e del 15% nelle medie, soprattutto grazie a una maggiore efficienza operativa e al contenimento dei costi.
È un risultato importante, ma ha un limite. Dopo anni di efficienza, i costi che si potevano ridurre senza indebolire l'azienda possono essere già stati ridotti. E quando a salire sono energia, materiali e personale, il margine si difende anche dal lato dei prezzi, ma per rivederli in modo sostenibile devi conoscere i costi e valutare domanda e concorrenza.
Il primo passo è aggiornare i costi: energia, materie prime e personale ai valori di oggi, non a quelli del preventivo di inizio anno. Distingui i costi variabili dai fissi: il personale, per esempio, non è tutto variabile. Ricalcola il margine di contribuzione per prodotto, cliente e commessa e verifica quanto resta per coprire i costi fissi.
Poi rivedi i listini dove hai spazio per farlo e, nelle offerte e nei contratti nuovi, valuta clausole di adeguamento legate ai costi dell'energia o delle materie prime. Con i costi che si muovono così, un preventivo a prezzo fisso e a lunga validità può esporti ad aumenti dei costi non recuperabili sul cliente.
Infine, costruisci il budget 2027 con almeno uno scenario in cui l'energia resta cara e i prezzi non tengono il passo. Potrai stimare quanto margine rischi in quelle condizioni, e potrai decidere prima di trovarlo scritto nel bilancio.
Il controllo di gestione serve proprio a questo: vedere il margine prodotto per prodotto e mese per mese, e capire in tempo se intervenire sui costi o sui prezzi.
In LB Advisory aiutiamo le PMI a costruire questi strumenti e a usarli per decidere. Se vuoi sapere quanto margine ti stanno togliendo i costi di quest'anno, e su quali prodotti e clienti puoi recuperarlo, il punto di partenza sono i tuoi numeri. Conosciamoci.